Dibattito pubblico e grandi opere: un cambio di cultura

Oltre 250 persone hanno preso parte alla giornata di confronto sul tema Il dibattito pubblico per opere condivise organizzata da LAPO, il Laboratorio di politiche del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino di concerto con il Commissario di governo del Terzo Valico Iolanda Romano mercoledì 7 febbraio a Torino, in occasione dell’imminente approvazione del decreto attuativo che introdurrà in Italia lo strumento del dibattito pubblico.

L’evento – inserito nell’ambito della Settimana dell’Amministrazione Aperta 2018 e di Connettere l’Italia – ha richiamato amministratori, professionisti, operatori, imprese e studiosi e ha offerto un programma suddiviso tra plenarie e sessioni parallele di approfondimento con oltre 35 interventi qualificati.

In apertura, l’introduzione e il ricordo dedicato al ruolo di Luigi Bobbio nello sviluppo della democrazia deliberativa in Italia nelle parole di Gustavo Zagrebelsky, Professore emerito all’Università di Torino e Presidente di Biennale Democrazia, e di Stefania Ravazzi, Docente di Analisi delle politiche pubbliche e Vicedirettrice di LaPo, Università di Torino.

Si è entrati poi nel merito del decreto attuativo del dibattito pubblico con l’intervento di Ennio Cascetta, Amministratore unico di Ram-Logistica Infrastrutture e Trasporti e Presidente di Anas, che ha inquadrato il contesto di applicazione di questo strumento nell’ambito di Connettere l’Italia, la nuova stagione di pianificazione e programmazione delle opere pubbliche, utili, snelle e condivise. Superato il tempo di liste di opere non motivate, le priorità infrastrutturali per il Paese al 2030 prevedono 108 opere e programmi per un totale di 126,3 miliardi di Euro, di cui 94,2 già finanziati.

Jean-Michel Fourniau, presidente del GIS Democratie et Participation, nel suo intervento su 20 anni di esperienza francese del Débat public ha fornito spunti interessanti di riflessione e ha presentato alcuni dati statistici sui progetti oggetto di dibattito pubblico fra il 2003 e il 2011: la metà è stata portata avanti senza modifiche importanti, in più di un terzo dei casi le modifiche più significative sono state apportate dallo stesso proponente e in 1 caso su 12 sulla base di un’opzione emersa nel corso del dibattito, solo nel 6% dei casi il progetto è stato sospeso o abbandonato.

Collegato in videoconferenza, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha sottolineato la valenza del dibattito pubblico come “elemento culturale prima che tecnico, che va nella direzione di decisioni anche imperfette, ma condivise. Le semplificazioni non ci aiutano, ci aiuta la fatica di ricomporre le posizioni più distanti, di reintrodurre il concetto di 'bene comune', di ascoltare le intelligenze dei territori. L'effettiva partecipazione dei cittadini – ha concluso – è la vera rivoluzione culturale nell'approccio alle grandi opere”.

In seguito Alberto Selleri, Responsabile della Direzione Realizzazione Opere di Autostrade per l’Italia, ha presentato i casi pilota di dibattito pubblico fatti a suo tempo per la Gronda di Genova e recentemente per il passante di Bologna, mentre Aldo Isi, Direttore della Direzione Investimenti Rete Ferroviaria Italiana, ha illustrato i risultati della concertazione applicata in fase di progettazione – con riferimento all’esperienza sulla tratta AV/AC Verona-Padova – e in corso d’opera, nel caso del Terzo Valico dei Giovi. 

Nel pomeriggio, i partecipanti si sono distribuiti nelle tre sessioni parallele per analizzare i punti di vista di soggetti attuatori, studiosi e professionisti sulle opportunità e i rischi dell'attuazione della legge sul dibattito pubblico. Grazie all’utilizzo di un software dedicato, quello del Town Meeting, e agli operatori presenti nelle tre sale, gli esiti delle discussioni sono stati inviati in tempo reale a una Theme Team centrale, che li ha riassunti in una sintesi complessiva, suddivisa in Rischi e Opportunità per l’attuazione del dibattito pubblico.

La sintesi è stata affidata – in plenaria – alle considerazioni di Mauro Bonaretti, capo di gabinetto del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Ecco alcuni degli esiti della giornata: il dibattito pubblico rappresenterà, innanzitutto, un’opportunità di cambio di cultura per gli attori politici, dando modo di sviluppare una cultura del confronto e della responsabilità condivisa incentrata su impegni a lungo termine; per i progettisti, che cesseranno di essere unici portatori di verità; per i cittadini, nel rompere il muro di diffidenza verso le istituzioni e la politica; per i tecnici e funzionari, perché interagiranno direttamente con i dibattiti pubblici e dovranno adattarsi ai relativi tempi, dinamiche e sollecitazioni. Allo stesso tempo, questo nuovo strumento sarà un’occasione per migliorare e approfondire la conoscenza delle diverse alternative progettuali e il loro impatto sul territorio. Altro aspetto da considerare riguarda le nuove finestre di formazione che si apriranno per la figura di mediatore del dibattito pubblico e per il project manager dei progetti. Gli ordini professionali potranno contribuire come luoghi di formazione dove preparare tecnici esperti da affiancare al coordinatore e traduttori dei linguaggi tecnici perché siano fruibili da tutti.

I rischi individuati nelle discussioni paiono legati tutti a come poi effettivamente si svolgerà il dibattito pubblico. Possibili criticità possono riguardare: l’esclusione di opere private non soggette al Codice dei Contratti; ritardi sulle opere medio-piccole nel momento in cui anche queste vengano sottoposte a dibattito pubblico; l’ampio margine di discrezionalità di cui gode il coordinatore del dibattito e i dubbi sulla sua effettiva autonomia essendo una figura legata al proponente; una partecipazione sbilanciata verso gli stakeholder negativi; i tempi di svolgimento del dibattito pubblico che potrebbero rivelarsi troppo stretti; il problema – una volta terminato il confronto – di come adempiere agli impegni presi durante il progetto e monitorare la loro attuazione.

Il dibattito pubblico, dunque, non va inteso come un mero adempimento, ma come attivatore di relazioni tra cittadini e decisori capace di generare un circolo virtuoso reciproco, fatto di maggior fiducia e migliori performance.